Troppo cinema mi ha dato alla testa, mi è presa addirittura la febbre, ho visto Ismael e a quanto pare non sono l’unico che ne è uscito male da questo week-end.
Infatti, questa mattina leggo una notizia flash su Repubblica.it in cui il governo Monti dichiara che la recessione in Italia annulla tutti i benefici economici ottenuti dall’abbassamento dello spread.
Pensiero profondo, interessante, che induce banalmente a dire: “ma.. scusate cari signori, solo adesso ve ne accorgete? Era da mesi che noi – dalle nostre file dell’opposizione al modello Merkozy e Bce, di opposizione alle politiche “recessioniste” greche, portoghesi e oggi anche italiane – abbiamo sempre sostenuto l’importanza della ripresa dell’economia reale su quella finanziaria senza generare alcuna minima vostra reazione”.
Quanti illustri economisti hanno scritto che se se si abbassassero i consumi, i soldi delle tasse e i tassi d’interesse più bassi sui titoli di stato annullerebbero completamente ogni beneficio generato dall’affidabilità dei mercati? La parola d’ordine era, doveva essere, è, e sarà ancora “ripresa della domanda”. Ripartire dai più poveri, dai meno abbienti, dalle loro piccole tasche capaci di comprarsi quel poco e mantenere la loro spesa almeno costante. Garantire lo stesso al ceto medio, a quello che ha un lavoro e può ancora permettersi un mutuo per la casa. Basarsi, insomma, su un’economia reale figlia dello scambio di beni per il denaro, ovviamente il tutto con ricevuta per il problema evasione fiscale.
Se ancora sembriamo troppo immaturi (sembriamo a chi?) per un reddito di cittadinanza, ispirare una politica economica basata almeno sui consumi, forse potrebbe essere sensato. Il governi dei Super Marios, invece, non l’hanno mai pensata in questo modo, non mi è mai stato bene, ma ahimè ho sempre accettato, e più che altro constatato, il loro punto di vista.
Mi fa schifo, però, percepire l’ignoranza sesquipedale di un governo italiano che ha basato la sua politica esclusivamente sul risanamento dei conti, dopo mesi e mesi di Presidenza Draghi alla Bce – che ha elargito prestiti all’1% alle banche italiane affinché queste ultime acquistassero Titoli invece di reinvestire i soldi – e sentirsi dire da persone come loro che se c’è recessione sia i conti “buoni” che un ottimo spread non servirebbero assolutamente a nulla.
A quanto pare, non sono proprio l’unico ad aver visto Ismael domenica mattina, ma anche Mario Monti deve aver passato un tranquillo week-end delirante per mettere in discussione la sua fede verso Dio Spread e i suoi Mercati apostoli.
Pollo alle Prugne – Recensione del film di Marjane Satrapi
Pollo alle Prugne è una bellissima favola d’amore per la vita.
Racconta la storia di un uomo e del suo violino, la storia della sua musica e del suo amore per la musica, la storia del suo dolce segreto che lo ha ispirato, la storia del suo amore per l’amore di una donna, la storia della vita, la sua.
Nasser Alì è un violinista che decide di morire, all’età di soli quarant’anni, dopo che la moglie gli ha distrutto il suo violino. Vano cerca di trovarne un altro capace di farlo tornare a suonare, ma le sue ricerche lo portano ad acquistare violini che a lui non fanno alcun effetto.
Il miglior modo di morire è quello di abbandonarsi a letto, rinunciando a uscire, al cibo, alla famiglia e addirittura al suo piatto preferito “Il pollo alle prugne”. Il rancore verso una moglie mai amata è forte, e altrettanto forti sono i ricordi della sua vita passata alla ricerca di quell’attimo che rende la musica divina, e l’amore semplice come un gelsomino regalato di fronte a un tramonto.
Come dicevamo all’inizio, questo film è una fiaba che ripercorre la storia di Nasser Alì che, mentre disperato cerca di morire, pensa – nei suoi otto giorni che lo separano dalla morte – alla sua vita presente, a quella passata, a quella che sarà in futuro attraverso i suoi figli.
La regista, Satrapi, supera sicuramente l’ambientazione animata di Persepolis, ma anche in Pollo alle prugne non rinuncia all’escamotage del cartone animato – come Tarantino in Kill Bill – per farci tornare nella dimensione fiabesca, di immaginazione.
La musica del violino di Nasser regna sovrana nella pellicola e in alcuni dialoghi, soppressi dal suono del violino, emerge un’omaggio al cinema muto ricco di gesti e volti espressivi.
Un bel film che si fa apprezzare da chi è predispososto a farlo: a volte può sembrare lento, talvolta comico, altre volte profondamente riflessivo e di fantasia.
Il finale, per chi ci arriva ancora con gli occhi accesi e lo spirito ben attento, è una rivelazione. Ma veramente senza il suo violino Nasser Alì non poteva più suonare?
DIAZ – Recensione del film di Daniele Vicari
Diaz è la storia dello sgombero di una scuola – durante il G8 di Genova – che ospitava centinaia di persone venute a Genova per dimostrare contro l’idea di società che i rappresentanti delle 8 economie nazionali più importanti al mondo volevano (e vogliono) proporre al resto del mondo.
Parallelamente agli incontri istituzionali con i vari presidenti (da Bush a Chirac a Berlusconi etc.) ci furono molte manifestazioni e dimostrazioni. Alcune di queste sono sfociate nella violenza, sia per colpa di alcuni dimostranti, i famigerati “black block”, sia per colpa di forze dell’ordine, queste ultime incapaci di isolare i violenti e molto pronte, invece, a sparare lacrimogeni e caricare sui pacifisti che sfilavano in migliaia per Genova senza recare alcun danno.
Tra gli scontri, morì il 20 luglio Carlo Giuliani, ucciso da un carabiniere. Da questo giorno in poi, il ritmo incandescente riversava maggiormente nelle strade, e nell’ultima notte, prima della fine del G8, le forze di polizia hanno deciso di irrompere nella scuola Diaz dove – sotto l’organizzazione del Genoa Social Forum – alloggiavano moltissimi ragazzi, e non solo.
Tra di loro sicuramente potevano nascondersi alcuni violenti, ma certamente la maggior parte erano ragazze e ragazzi venuti a Genova dai tantissimi paesi europei con il solo scopo di manifestare le proprie idee.
Il film di Daniele Vicari si basa esclusivamente sugli atti processuali che hanno visto al centro lo scandalo della DIAZ: una notte in cui 300 poliziotti armati di caschi e manganelli hanno messo in atto la massima violenza e crudeltà contro tutte quelle persone indifese che dormivano nei corridoi o nella palestra della scuola
Tra di loro vi era Luca (Elio Germano) un giornalista della Gazzetta di Bologna che dopo l’omicidio di Giuliani decide di prendere un treno per Genova poiché voleva davvero capire come stessero andando le cose in quella città. A pochi passi da a lui, nella notte della follia violenta della polizia, vi era Anselmo (Renato Scarpa) un vecchio militante della CGIL, anch’egli come Luca finito in ospedale per l’elevato numero delle percosse subite quella notte. Nel film, poi, ci sono tante e altre storie che raccontano secondo diversi punti di vista l’unica realtà che emerge e che si traduce nella più grande violazione di diritti umani avvenuta in Italia dopo il fascismo per mano dello stato.
All’episodio si aggiungono, subito dopo, le torture che molti dei manifestanti dovettero subire appena portati in caserma. Il fatto che le vicende narrate si basino tutte su atti processuali non dà molta possibilità di immaginazione a Daniele Vicari che ammette che l’unica nota di libertà l’hanno presa i protagonisti nel presentare come meglio credevano i caratteri dei personaggi che rappresentavano. Da Claudio Santamaria, che fa la parte dell’ufficiale di Polizia, il quale, impressionato dai segni di violenza presenti nella scuola, urla ai suoi “Ora basta!!”. Oppure quando appena tornato in caserma si rifiuta di essere presente alle torture e decide di portare alcuni suoi colleghi a fare colazione. Anche il personaggio di Nick (Fabrizio Rongione) – un manager che si interessa di Economia solidale, venuto a Genova per assistere a un convegno e finito casualmente nella scuola – si concede una libera interpretazione dopo le violenze subite da uno dei poliziotti nella scuola. Nick, particolarmente scosso e molto insanguinato sceglie di recarsi – prima che in ospedale – in questura per denunciare la tremenda aggressione subita.
E infine ci sono loro, i ragazzi che hanno organizzato il Genoa Social Forum, avvocati e semplici cittadini presi dalle loro conferenze stampa e liti interne sulle posizioni da prendere durante quei giorni.
In tutto questo, però, il film va oltre alla rappresentazione dei fatti e dell’ingiustizia subita prima con violenze fisiche, e poi con le sentenze quasi mai punitive. Infatti, oltre a questo, la regia è perfettamente abile nel far penetrare lo spettatore dentro la vicenda in uno modo così tanto coinvolgente da farlo restare con il fiato sospeso fino alla fine del film.
A prescindere dal livello di conoscenza dei fatti di Genova, e dal grado di partecipazione di ciascuno di noi in quel periodo di fronte a quegli avvenimenti, il coinvolgimento è altissimo e alcune scene – purtroppo tutte vere – non possono che far venire alla mente di molti spettatori le storiche pellicole sulle violenze della polizia in periodi di dittatura.
Riforma del Lavoro – Correva l’anno del Governo Europeo
Monti-Fornero ce l’hanno fatta, finalmente l’Europa ha visto applicato un altro disegno di legge – che volevano fosse decreto legge – concretizzarsi e sintetizzarsi nell’abolizione quasi totale del famigerato art. 18.
L’unica soluzione, a quanto pare, è quella di continuare a legiferare nel totale disinteresse dei diritti dei lavoratori e del benessere sociale, pur di compiacere madre Europa in virtù di una maggiore affidabilità da far percepire ai Mercati. Il problema è proprio questo.
Non voglio stare qui a discutere se l’abolizione dell’ art.18 possa davvero cambiare le sorti del paese, ma voglio sottolineare le modalità con cui vengono prese queste decisioni: sono solo diktat che devono essere seguiti.
Ma questa situazione non potrà mica durare in eterno! E se poi venisse fuori che queste riforme non serviranno assolutamente a risolvere la situazione economica, ma al contrario a mettere in ginocchio ancora di più l’Italia?
Ieri è successo che il mitico Spread ha ripreso a salire di alcuni punti. Questo è stato letto dagli analisti come alcune incertezze da parte dei mercati sulle difficoltà che potrà avere l’approvazione della riforma del lavoro in parlamento. E’ sensato continuare in questo senso? Che per ogni riforma che trova opposizione nel nostro paese, i mercati reagiscono sfiduciando la credibilità del nostro assetto economico/finanziario?
Andando avanti così, non faremo che perdere sempre più diritti e modificare quel poco di buono che resta nella (e della) nostra società. Dopo, quando non saremo più disposti ad andare ancora più in là, inevitabilmente i mercati ci sfiduceranno e noi, però, a quel punto, saremo davvero in condizioni ben più gravi e con meno diritti.
ALT! STOP! FERMIAMOCI! Abbiamo bisogno di pensare dove stiamo andando.. altrimenti siamo dei robot che agiscono senza vision e camminano sempre spediti verso un’unica direzione.. e senza sapere che in fondo alla strada non vi è alcun ponte costruito, ma solo un burrone.
Terroni di Pino Aprile: perché tante opposizioni?
Leggo “Terroni” di Pino Aprile: quante critiche ha subito da molti storici e intellettuali italiani questo libro! Non riesco, mentre leggo, a non pensare a cosa ci sia di male a scrivere un testo del genere, quasi sempre documentato con fonti di storici conosciuti e riconosciuti.
Che non sia un saggio scientifico è chiaro, ma come si può parlarne male senza neanche averlo letto? Se ci sono fatti e avvenimenti di cui non si è parlato, ben vengano gli autori che decidono di raccontare questi pezzi di storia andati perduti.. o forse in questo caso distrutti. E’ un libro di massa, per il popolino ignorante che si beve ogni fandonia raccontataci da Dan Brown, e allora? Se qualcuno non condivide Terroni è giusto dirlo e manifestare il proprio dissenso, disconoscendo i fatti o almeno le cattive intenzioni dello scrittore.
Lavoro e Precariato: Correva l’anno del Governo Monti
Finalmente lo abbiamo (hanno) capito: il tema centrale che sta alla base di una eventuale ripresa economica è la politica del lavoro e il grave problema della disoccupazione e del precariato oggi in Italia. Dico “finalmente” perché noi – i giovani – era già da anni che ce ne eravamo accorti, e questo blog, ripreso dopo 20 mesi di silenzio, ne è la prova. E’ da troppo tempo, infatti, che avvertiamo quanto le condizioni inique dei rapporti di lavoro abbiano danneggiato e compromesso una generazione, la classe nata negli splendidi anni ’80.
Qualche mese fa, la trasmissione “Presa Diretta” ha denunciato anni di emigrazione verso la Spagna da parte di molti giovani italiani. Il servizio, seppure rispecchiava l’assoluta verità, non ha dato l’immagine reale della situazione attuale spagnola, ma al contrario ha fatto emergere una Spagna decisamente migliore di quella che è oggi. Il reportage ha visto protagonisti le testimonianze di numerosi italiani che – fino a cinque/sette anni fa – erano partiti per Barcellona trovando un lavoro differentemente dalle prospettive nere che riservava loro l’Italia. Ebbene questi giovani residenti in Spagna, alcuni di loro già con figli di padre/madre catalani, sostenevano le motivazioni delle loro scelte di partire e ci tenevano particolarmente a sottolineare che ancora oggi (il servizio era dell’Ottobre 2011) in Spagna non si percepiva alcuna crisi!
Personalmente, non condivido questa posizione, infatti è arcinoto che la Spagna – Barcellona inclusa – sia in crisi, anche occupazionale, e che le indagini statistiche lo rilevano perfettamente almeno dal 2010.
Nonostante questa considerazione, che mi fa essere in disaccordo con l’inchiesta presentata da Riccardo Iacona, c’è un dato che non dobbiamo assolutamente trascurare di quel servizio: il numero elevato e le testimonianze registrate di tutti quei ragazzi che già nel 2005 non trovavano alcuna prospettiva felice qui in Italia e che hanno trovato fortuna altrove: Barcellona.
Nel 2005 in Italia, nel periodo del secondo governo Berlusconi, vi era già un importante problema occupazionale che ha portato all’emigrazione di molti giovani, con il totale silenzio della politica e dei media. Quelli, invece, che sono rimasti e che si affacciavano all’epoca nel mondo del lavoro hanno iniziato ad “accontentarsi” di posizioni spesso scadenti e precarie. I ragazzi che oggi lamentano ben più di cinque anni di precariato e disoccupazione sono proprio quelli che nel 2005 hanno accettato di restare qui in Italia; i giovani che invece dalla Spagna dicono che non c’è crisi sono quelli che negli stessi anni rischiavano per andare a vivere all’estero. In tutto questo, nel 2005, quando non si conosceva ancora il significato della parola “crisi”, il precariato in Italia e le scarse possibilità occupazionali dei giovani non venivano mai registrate dai media. La situazione ha continuato ad aggravarsi, fino a esplodere nell’anno 2009, a un anno dallo scoppio della crisi finanziaria americana. Solo allora qualcosa si è cominciata a muovere, ma i problemi delle divisioni di partiti, del maltempo (grande freddo o grande caldo), e dei grandi scandali giudiziari dell’allora Presidente del Consiglio, hanno preso il sopravvento nel dibattito pubblico televisivo e giornalistico.
L’Italia a differenza della Spagna – e aggiungerei del resto dell’Europa Occidentale – si porta avanti una crisi sulla condizione lavorativa dei giovani da troppi anni, e la questione è risultata veramente importante soltanto nel 2011, successivamente: al Commissariamento del nostro Paese da parte della UE, all’innalzamento dello Spread, all’andamento dei titoli di Borsa e alla minaccia di essere esclusi dai Paesi della zona Euro.
Solo adesso si inizia a capire che bisogna mettere mano alle politiche del lavoro. Purtroppo, però, oggi comincia a essere tardi: se fino a un anno fa sarei stato d’accordo nel credere che la rinascita partiva da qui, ora nutro dei seri dubbi. Il vero problema di adesso, momento di piena crisi e soprattutto di recessione, è che se il precariato è stato funzionale a un incremento di profitto da parte delle aziende che hanno sfruttato i “nuovi” lavoratori per anni, oggigiorno i co.co.co. pro, gli stage etc. sono diventati per le imprese stesse una necessità di sopravvivenza. Infatti, la riduzione dei costi per una azienda non è più vista nella maggior parte dei casi come strumento per ottenere dividendi più alti, ma al contrario, l’abbassamento dei costi – e in primis i costi del lavoro – diventa necessario in vista dei continui cali delle vendite e della produzione.
Parlare oggi di riforma del lavoro è sicuramente un passo in avanti che va fatto nella maniera migliore, ma sono altresì convinto che la questione fondamentale sia come garantire alle imprese risorse sufficienti per assumere e mantenere i posti di lavoro ben saldi. La risposta sta nella crescita della domanda, e nella conseguente produzione e sviluppo di beni e servizi forniti dalle imprese. Se però l’accesso al credito è sempre più arduo, il costo della vita aumenta, le pensioni non vengono aggiornate, è chiaro che la domanda subirà un calo al quale succederà inevitabilmente la riduzione della produzione, dei servizi e quindi dei posti di lavoro. La domanda retorica spontanea in questo momento è: Can the 18 article save the Italian situation?”
Da Berlusconi a Monti
Caduto il governo Berlusconi, Monti compie 100 giorni di governo…. stiamo meglio? E quali prospettive.. dopo quello che accade in questi giorni in Grecia.. Avremo tempo per parlarne..
La Posta di Serra 2 (con risposta)
Gentile Serra,
Le scrivo in merito a una questione che mi sembra davvero contraddittoria: riguarda l’accesso alla professione dei giovani aspiranti giornalisti. Ho 24 anni e premetto che il mio obiettivo primario non è quello di diventare un professionista dell’informazione anche se è una prospettiva che non intendo escludere.
Frequentando un ambiente universitario abbastanza variegato, mi capita spesso di parlare con molti giovani che studiano editoria o comunicazione, e che sperano un domani di diventare giornalisti. Questi ragazzi si mostrano, però, sempre più disillusi e consapevoli che i pochi posti di lavoro, che si liberano nelle redazioni dei giornali, sono riservati quasi sempre agli studenti delle Scuole di giornalismo. Queste costano ben 10.000 euro l’anno, e sono riservate pertanto a giovani benestanti che oltre ai soldi dei genitori ricorrono spesso anche a delle raccomandazioni per superare i test di ammissione.
Ora, a prescindere dalla preparazione che possono avere i ragazzi delle “Scuole”, ritengo che questo sistema sia molto poco meritocratico e capace di avvantaggiare prevalentemente i soliti figli di papà, che – anche se bravissimi – emergono grazie alla disponibilità di soldi e di conoscenze giuste delle proprie famiglie. Nonostante la dinamica sia tipicamente italiana, tale da non stupire più nessuno, credo che almeno il campo dell’informazione – lo stesso che racconta il dramma di noi, migliaia di giovani precari e disoccupati – debba rimanere incontaminato da queste logiche provinciali e inique. Come può un giornalista fare un’inchiesta sulle
ingiustizie sociali quando il posto che egli stesso ricopre è figlio di un imbroglio? Lo so che sto toccando un tasto molto delicato, ma vorrei sapere cosa possono pensare tutti quei bravi giornalisti che hanno fatto la gavetta partendo dal basso e che ora si trovano ad assistere (collaborare?) a questo scempio.
Cordiali saluti e tanti complimenti alla sua Rubrica che leggo tutte le settimane.
G.
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Risposta di Michele Serra
Caro G,
problema delicato, e complicato. Se può consolarti, devo dirti che “prima” era anche peggio: l’accesso ai giornali avveniva soprattutto per parentela e per raccomandazione. Certo la crisi del’editoria era molto meno aspra, i posti a disposizione e le occasioni di scrittura erano quantitativamente superiori (di molto) e così una buona parte di quelli della mia leva (quelli che oggi hanno attorno ai cinquanta) hanno potuto farsi strada da soli, anche se la gavetta era dura e i soldi, all’inizio, pochissimi. Le scuole di giornalismo sono care, ma almeno riescono a consentire ad alcuni (tra i pochi che possono pagare la retta) un accesso alla professione non regolato da altro che dal titolo di studio.
Viviamo in una società divisa in classi sociali e spesso addirittura in caste. Per farsi strada bisogna avere coraggio e pazienza: per quelli della tua età mi sembra che soprattutto la pazienza richiesta sia tantissima.
Le cose potrebbero migliorare se la società nel suo complesso facesse un salto culturale e – per esempio – aumentasse il numero dei lettori. Questo riaprirebbe il mercato e darebbe nuove prospettive di lavoro. Come vedi, è la situazione poltico-sociale nel suo complesso che dovrebbe cambiare. Nel frattempo: non mollare, la vita è piena di sorprese.
Grazie della tua lettera
Michele Serra
Scrive Bersani dopo le regionali
Cara amica, caro amico,
le recenti elezioni regionali sono state per tutti noi un passaggio importante, che ci mostra tutta la complessità e la profondità dei problemi che abbiamo di fronte. So bene che, come nei circoli, in questi giorni sul web si sta discutendo dei risultati delle regionali, ho letto molti messaggi. Vi invito a diffondere la mia lettera per e-mail ai vostri amici, a discuterne pubblicandola su blog e siti, condividendola su facebook e a commentarla su www.pdnetwork.it.
Il Partito democratico è in piedi. Sentiamo forte in queste ore la delusione per avere perso la guida di alcune regioni, e il Lazio e il Piemonte per una manciata di voti. La delusione è solo in parte attenuata dal fatto che abbiamo conquistato comunque la presidenza di sette tra le tredici regioni in palio: un risultato certamente non scontato alla luce dei rapporti di forza che si sono determinati nelle elezioni più recenti, tenendo conto che le elezioni regionali del 2005 si erano svolte dentro un altro universo politico. Va rimarcato che per la prima volta dopo molto tempo, nel voto di domenica e lunedì scorsi si è verificato un arretramento consistente dei consensi del Popolo delle libertà, solo in parte compensato dalla crescita della Lega; le distanze tra il campo del centrodestra e il campo del centrosinistra sono oggi sensibilmente inferiori rispetto a un anno fa, e quindi pur dentro a e lementi di delusione si apre uno spazio per il nostro impegno e per il nostro lavoro.
Tuttavia, dal voto emergono chiaramente alcuni problemi di fondo nel rapporto tra i cittadini italiani e la politica: c’è una disaffezione crescente, che si manifesta come distacco e radicalizzazione, verso una politica che gli elettori percepiscono come lontana dai loro problemi. Una crisi sociale ed economica pesante fa sentire ogni giorno le sue conseguenze sulla vita dei cittadini, senza che dal governo arrivino risposte adeguate alla gravità dei problemi.
Il principale responsabile di questa situazione è il presidente del consiglio; ma è una situazione che interroga anche noi.
La possibilità di cambiare il corso delle cose è legata alla nostra capacità di offrire un’alternativa positiva e credibile, di dare un’altra possibilità agli italiani. Adesso dobbiamo accelerare. Da qui dobbiamo ripartire mettendoci al lavoro per rafforzare il nostro progetto e per dare radicamento a un Partito democratico concepito come una grande forza popolare, presente con continuità ovunque la gente vive e lavora e capace di offrire proposte che abbiano un contenuto sempre più visibile e coerente.
Diversamente, i rischi non solo di disaffezione dell’elettorato ma anche di radicalizzazione e di frammentazione impotente, non potrebbero che diventare
più gravi.
Dobbiamo servire il Paese raffigurandoci come un partito fondato sul lavoro, il partito della Costituzione, il partito di una nuova unità della nazione.
Il Partito Democratico è il partito di una nuova centralità e dignità del lavoro dipendente, autonomo, imprenditoriale e della valorizzazione del suo ruolo nella costruzione del futuro del Paese.
È il partito che non accetta che il consenso venga prima delle regole e lavora per istituzioni più moderne rifiutando la chiave populista.
È il partito che dà una risposta innovativa al tema delle autonomie nel quadro di una rinnovata unità nazionale.
Avvieremo insieme un grande piano di lavoro incardinato su questi obiettivi.
È evidente in questo l’importanza del ruolo dei circoli come punto di presenza e di impegno visibile del partito sui territori e come luogo della selezione della nuova classe dirigente della quale abbiamo bisogno.
È pensando a tutto questo che voglio ripetere anche qui che nel Partito democratico c’è spazio, come è nostro costume, per una discussione larga e libera sul dopo elezioni e sulle prospettive del nostro partito, ma non per dibattiti autoreferenziali che potrebbero allontanarci dal senso comune dei nostri concittadini.
Buon lavoro. Approfitto per rivolgere a tutti voi e alle vostre famiglie i miei auguri di Buona Pasqua e vi saluto ringraziandovi per il vostro impegno.
Pier Luigi Bersani
Segretario Nazionale del Partito Democratico
E mentre studiavamo la marcia su Roma del ’22, in Italia Berlusconi…
Un altro attacco alla nostra democrazia è stato sferrato con il decreto legge che riammette le liste del Pdl nel Lazio.
Sono stati capaci di interpretare l’ ”ininterpretabile”: una norma di procedura, che prevede scadenze precise e che fino a oggi sembrava essere insormontabile, se non attraverso eventuali ricorsi presso i tribunali.
In questo caso il ricorso è stato tentato e i giudici si erano già espressi. Ecco quindi che subentra il potere assoluto – del monarca, del re, dell’imperatore – a sanare quello che si credeva fosse di competenza solo del potere giudiziario.
In settimana abbiamo assistito a un altro scempio, quello che chiude alcune trasmissioni della rai tra cui Annozero e Ballarò. Come a dire, che senso ha parlare di politica a un mese dalle elezioni? E’ come se per i mondiali del 2010 in Sud Africa venissero chiuse le trasmissioni che riguardano il calcio.
Il decreto salva liste e la sospensione dei programmi in televisione rappresentano un altro chiaro segnale sullo stato di crisi che attraversa la democrazia in Italia. Per un’ennesima volta, vengono violati i principi cardine della nostra costituzione: nelle due fattispecie la divisione dei poteri e l’articolo che sancisce la libertà di stampa.
Fino a quando subiremo tutto questo? Cosa diremo ai nostri figli quando ci chiederanno di rendicontare il nostro operato di fronte ai tanti attacchi che stanno subendo le nostre istituzioni, garanti dei principi democratici?
AAA Cercasi una guida per popolo capace di restituire allo Stato italiano l’ordine pre-esistente, non più vigente, andato perduto.

