Julian Assange it’s an hero (Wikileaks)

Julian Assange it’s an hero.
He could sell his boiled informations, he was be able to earn a thousand million of dollars; instead he decide to publish the 250.000 documents with wikileaks and now he’s in prison.
I don’t know haow did he choose for, but I think that sometimes, the men who know some information, have the oblige to send its through mass media. The world ought to know about them affairs.

La Posta di Serra 2 (con risposta)

Gentile Serra,

Le scrivo in merito a una questione che mi sembra davvero contraddittoria: riguarda l’accesso alla professione dei giovani aspiranti giornalisti. Ho 24 anni e premetto che il mio obiettivo primario non è quello di diventare un professionista dell’informazione anche se è una prospettiva che non intendo escludere.
Frequentando un ambiente universitario abbastanza variegato, mi capita spesso di parlare con molti giovani che studiano editoria o comunicazione, e che sperano un domani di diventare giornalisti. Questi ragazzi si mostrano, però, sempre più disillusi e consapevoli che i pochi posti di lavoro, che si liberano nelle redazioni dei giornali, sono riservati quasi sempre agli studenti delle Scuole di giornalismo. Queste costano ben 10.000 euro l’anno, e sono riservate pertanto a giovani benestanti che oltre ai soldi dei genitori ricorrono spesso anche a delle raccomandazioni per superare i test di ammissione.
Ora, a prescindere dalla preparazione che possono avere i ragazzi delle “Scuole”, ritengo che questo sistema sia molto poco meritocratico e capace di avvantaggiare prevalentemente i soliti figli di papà, che – anche se bravissimi – emergono grazie alla disponibilità di soldi e di conoscenze giuste delle proprie famiglie. Nonostante la dinamica sia tipicamente italiana, tale da non stupire più nessuno, credo che almeno il campo dell’informazione – lo stesso che racconta il dramma di noi, migliaia di giovani precari e disoccupati – debba rimanere incontaminato da queste logiche provinciali e inique. Come può un giornalista fare un’inchiesta sulle
ingiustizie sociali quando il posto che egli stesso ricopre è figlio di un imbroglio? Lo so che sto toccando un tasto molto delicato, ma vorrei sapere cosa possono pensare tutti quei bravi giornalisti che hanno fatto la gavetta partendo dal basso e che ora si trovano ad assistere (collaborare?) a questo scempio.
Cordiali saluti e tanti complimenti alla sua Rubrica che leggo tutte le settimane.
G.
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Risposta di Michele Serra

Caro G,
problema delicato, e complicato. Se può consolarti, devo dirti che “prima” era anche peggio: l’accesso ai giornali avveniva soprattutto per parentela e per raccomandazione. Certo la crisi del’editoria era molto meno aspra, i posti a disposizione e le occasioni di scrittura erano quantitativamente superiori (di molto) e così una buona parte di quelli della mia leva (quelli che oggi hanno attorno ai cinquanta) hanno potuto farsi strada da soli, anche se la gavetta era dura e i soldi, all’inizio, pochissimi. Le scuole di giornalismo sono care, ma almeno riescono a consentire ad alcuni (tra i pochi che possono pagare la retta) un accesso alla professione non regolato da altro che dal titolo di studio.
Viviamo in una società divisa in classi sociali e spesso addirittura in caste. Per farsi strada bisogna avere coraggio e pazienza: per quelli della tua età mi sembra che soprattutto la pazienza richiesta sia tantissima.
Le cose potrebbero migliorare se la società nel suo complesso facesse un salto culturale e – per esempio – aumentasse il numero dei lettori. Questo riaprirebbe il mercato e darebbe nuove prospettive di lavoro. Come vedi, è la situazione poltico-sociale nel suo complesso che dovrebbe cambiare. Nel frattempo: non mollare, la vita è piena di sorprese.
Grazie della tua lettera
Michele Serra

Scrive Bersani dopo le regionali

Cara amica, caro amico,
le recenti elezioni regionali sono state per tutti noi un passaggio importante, che ci mostra tutta la complessità e la profondità dei problemi che abbiamo di fronte. So bene che, come nei circoli, in questi giorni sul web si sta discutendo dei risultati delle regionali, ho letto molti messaggi. Vi invito a diffondere la mia lettera per e-mail ai vostri amici, a discuterne pubblicandola su blog e siti, condividendola su facebook e a commentarla su www.pdnetwork.it.

Il Partito democratico è in piedi. Sentiamo forte in queste ore la delusione per avere perso la guida di alcune regioni, e il Lazio e il Piemonte per una manciata di voti. La delusione è solo in parte attenuata dal fatto che abbiamo conquistato comunque la presidenza di sette tra le tredici regioni in palio: un risultato certamente non scontato alla luce dei rapporti di forza che si sono determinati nelle elezioni più recenti, tenendo conto che le elezioni regionali del 2005 si erano svolte dentro un altro universo politico. Va rimarcato che per la prima volta dopo molto tempo, nel voto di domenica e lunedì scorsi si è verificato un arretramento consistente dei consensi del Popolo delle libertà, solo in parte compensato dalla crescita della Lega; le distanze tra il campo del centrodestra e il campo del centrosinistra sono oggi sensibilmente inferiori rispetto a un anno fa, e quindi pur dentro a e lementi di delusione si apre uno spazio per il nostro impegno e per il nostro lavoro.

Tuttavia, dal voto emergono chiaramente alcuni problemi di fondo nel rapporto tra i cittadini italiani e la politica: c’è una disaffezione crescente, che si manifesta come distacco e radicalizzazione, verso una politica che gli elettori percepiscono come lontana dai loro problemi. Una crisi sociale ed economica pesante fa sentire ogni giorno le sue conseguenze sulla vita dei cittadini, senza che dal governo arrivino risposte adeguate alla gravità dei problemi.
Il principale responsabile di questa situazione è il presidente del consiglio; ma è una situazione che interroga anche noi.

La possibilità di cambiare il corso delle cose è legata alla nostra capacità di offrire un’alternativa positiva e credibile, di dare un’altra possibilità agli italiani. Adesso dobbiamo accelerare. Da qui dobbiamo ripartire mettendoci al lavoro per rafforzare il nostro progetto e per dare radicamento a un Partito democratico concepito come una grande forza popolare, presente con continuità ovunque la gente vive e lavora e capace di offrire proposte che abbiano un contenuto sempre più visibile e coerente.

Diversamente, i rischi non solo di disaffezione dell’elettorato ma anche di radicalizzazione e di frammentazione impotente, non potrebbero che diventare
più gravi.

Dobbiamo servire il Paese raffigurandoci come un partito fondato sul lavoro, il partito della Costituzione, il partito di una nuova unità della nazione.

Il Partito Democratico è il partito di una nuova centralità e dignità del lavoro dipendente, autonomo, imprenditoriale e della valorizzazione del suo ruolo nella costruzione del futuro del Paese.
È il partito che non accetta che il consenso venga prima delle regole e lavora per istituzioni più moderne rifiutando la chiave populista.
È il partito che dà una risposta innovativa al tema delle autonomie nel quadro di una rinnovata unità nazionale.

Avvieremo insieme un grande piano di lavoro incardinato su questi obiettivi.
È evidente in questo l’importanza del ruolo dei circoli come punto di presenza e di impegno visibile del partito sui territori e come luogo della selezione della nuova classe dirigente della quale abbiamo bisogno.

È pensando a tutto questo che voglio ripetere anche qui che nel Partito democratico c’è spazio, come è nostro costume, per una discussione larga e libera sul dopo elezioni e sulle prospettive del nostro partito, ma non per dibattiti autoreferenziali che potrebbero allontanarci dal senso comune dei nostri concittadini.

Buon lavoro. Approfitto per rivolgere a tutti voi e alle vostre famiglie i miei auguri di Buona Pasqua e vi saluto ringraziandovi per il vostro impegno.

Pier Luigi Bersani
Segretario Nazionale del Partito Democratico

E mentre studiavamo la marcia su Roma del ’22, in Italia Berlusconi…

Un altro attacco alla nostra democrazia è stato sferrato con il decreto legge che riammette le liste del Pdl nel Lazio.
Sono stati capaci di interpretare l’ ”ininterpretabile”: una norma di procedura, che prevede scadenze precise e che fino a oggi sembrava essere insormontabile, se non attraverso eventuali ricorsi presso i tribunali.
In questo caso il ricorso è stato tentato e i giudici si erano già espressi. Ecco quindi che subentra il potere assoluto – del monarca, del re, dell’imperatore – a sanare quello che si credeva fosse di competenza solo del potere giudiziario.

In settimana abbiamo assistito a un altro scempio, quello che chiude alcune trasmissioni della rai tra cui Annozero e Ballarò. Come a dire, che senso ha parlare di politica a un mese dalle elezioni? E’ come se per i mondiali del 2010 in Sud Africa venissero chiuse le trasmissioni che riguardano il calcio.

Il decreto salva liste e la sospensione dei programmi in televisione rappresentano un altro chiaro segnale sullo stato di crisi che attraversa la democrazia in Italia. Per un’ennesima volta, vengono violati i principi cardine della nostra costituzione: nelle due fattispecie la divisione dei poteri e l’articolo che sancisce la libertà di stampa.
Fino a quando subiremo tutto questo? Cosa diremo ai nostri figli quando ci chiederanno di rendicontare il nostro operato di fronte ai tanti attacchi che stanno subendo le nostre istituzioni, garanti dei principi democratici?

AAA Cercasi una guida per popolo capace di restituire allo Stato italiano l’ordine pre-esistente, non più vigente, andato perduto.

La Prima Cosa Bella (Ita, 2010) di Paolo Virzì

Recensione tratta da cineblog.it

In un’Italia sempre più sfiduciata, astiosa, in cui ribollono sentimenti contrastanti, risentimenti più o meno evidenti e picchi depressivi inquietanti, Virzì ha trovato forza e coraggio per questo suo ultimo film, completamente differente da quelli che l’hanno preceduto. Tornato nella Livorno di Ovosodo, da cui lo stesso regista fuggì anni fa, Virzì porta in sala una storia per certi versi ‘autobiografica’, vissuta sulla propria pelle, attraverso inquietudini adolescenziali e fughe dalla piccola città che poche speranze e aridi sogni riusciva a trasmettere.

Viviamo così la storia di Bruno, primogenito di Anna, donna bellissima, un po’ svampita, frivola, vitale e solare, eletta “mamma più bella” nello stabilimento più popolare di Livorno. Una fascia da “Miss” tanto inattesa quanto maledetta, visto lo scompiglio che porta all’interno della famiglia, da allora in preda a peripezie di ogni tipo. Bruno e la sorellina Valeria seguono così la madre in giro per l’Italia, tra sogni infranti e speranze mai colmate, facendole da scudo protettivo, finendo però per rovinarsi l’intera esistenza, fino alla quasi obbligata riconciliazione, perchè al mondo, obiettivamente, non c’è cosa più bella di chi ti ha messo al mondo…

Colpi di scena simpatici e commoventi, una storia che si costruisce minuto dopo minuto, svelando pian piano quanto seminato in precedenza, il tutto raccontanto attraverso personaggi di ferro, scritti con forza da Francesco Bruni, Francesco Piccolo e lo stesso Paolo Virzì. La Prima Cosa Bella è quanto da anni il cinema italiano cercava con forza e dedizione, staccandosi dalla tipica ‘commedia all’italiana’, per riportare in sala un cinema che pensavamo dimenticato e abbandonato, ovvero quello più raffinato, riuscito, quello più sentito, più nostro, più amato ed ammirato, quello di ‘una volta’. Tutto questo, va detto, lo dobbiamo ad un regista sempre più bravo, capace e sorprendente, a cui il nostro cinema dovrebbe iniziare a fare un piccolo monumento.

Colorando la pellicola di un bellissimo giallo vintage, splendido nel suo essere retrò, Virzì la riempie di personaggi e storie, che ruotano tutte intorno a lei, Anna Ningiotti in Michelucci, autentico ‘cuore di mamma’ interpretata da una bellissima Micaela Ramazzotti, da giovane, e da una magistrale Stefania Sandrelli, quando il film torna ai giorni nostri. Incredibilmente somigliante nelle espressioni del viso e nei movimenti, la prima convince nel dover portare in sala la seconda da ragazza, illuminando lo schermo e la storia stessa attraverso la propria svampita solarità.

Costruendo personaggi complessati, depressi e terribilmente insicuri, Virzì affida alla forza di questa donna l’elisir per poter andare avanti, per riuscire ad alzarsi sempre e comunque, arrivando a compromessi e rimboccandosi le maniche, fino ad arrivare al liberatorio e rigenerante bagno livornese, da cui rinascere quasi come nuovo, in una città odiata dal protagonista ma incredibilmente affascinante grazie ai colori e alle splendide ricostruzioni dell’epoca fatte dagli scenografi e dai costumisti.

A meritarsi un sentito applauso l’intero cast, essendo un film corale, dove anche i personaggi apparentemente di contorno riescono a convincere nella loro costruzione. Diverso da come l’avevamo sempre visto, Valerio Mastandrea merita oramai di concorrere per il titolo di ‘attore più bravo d’Italia’, almeno tra quelli della sua generazione. Il suo Bruno perennemente stordito, con il male di vivere, in cerca di aiuti farmaceutici, che bofonchia ed è incapace di divertirsi, è semplicemente straordinario, così come autentici passi da giganti ha fatto Claudia Pandolfi, sorella minore ‘abbandonata’ dal fratello, sposa prima dei 20 anni con un uomo che non sopporta e con una madre incapace di trovare pace, da accudire e a cui volere bene. I due, insieme, fanno faville, toccando vette elevatissime in una delle scene finali, dove una lacrima non potrà che apparire sul vostro commosso ma felice volto. Intorno a loro ruotano però tanti attori capaci, mai fuori posto e soprattutto mai inutili, con precisi scopi all’interno della storia, che potremmo definire quasi ‘l’Amarcord’ livornese di Virzì, che con forza ha però rifiutato quest’appellativo, in realtò non del tutto inappropriato.

Un Virzì che dimostra ancora una volta di essere un regista con una precisa idea di cinema, tecnicamente preparato, mai banale e sempre pronto a regalare al pubblico in sala quell’inquadratura a cui il cinema italiano raramente è preparato, vista la pochezza a cui troppo spesso siamo abituati, con attori chiamati a recitare davanti a macchine da presa immobili e continui primi piani maledettamete televisivi. La Prima Cosa Bella tocca le corde delle emozioni più profonde, presenti in ognuno di noi, grazie ad una storia che chiunque potrebbe aver vissuto in prima persona, traendo la propria forza proprio da questa voluta semplicità, che parte dai favolosi e mai dimenticati anni 70, passando per i set estivi a Castiglioncello di Risi e Mastroianni, per arrivare fino ai giorni nostri. Presi da un’ondata di commozione, però felice e gioiosa, si esce dalla sala distrutti dalle lacrime, cantando “la prima cosa bella, che ho avuto dalla vita, è il tuo sorriso giovane, sei tu“, pensando e ripensando al commovente sorriso di una magnifica Sandrelli, bellissima mamma tricolore, regalata dal miglior Virzì di sempre. Questo è il cinema italiano di cui dobbiamo andare fieri. Imperdibile

La posta di Serra

CARO SERRA,
sono uno studente laureando di 23 anni. La settimana scorsa ho letto la lettera del mio coetaneo Daniele Gangemi, che – “stufo delle considerazioni pessimistiche sul nostro paese” – invocava di stringere i denti e lottare per crearsi un futuro qui in Italia e non all’estero. Il problema fondamentale, però, è che in Italia, a livello pratico, ci sono davvero poche possibilità per costruirsi un futuro semplicemente dignitoso. Tutti possiamo mostrarci coraggiosi e ostinati nel voler restare a casa senza migrare verso paesi freddi e lontani come Olanda, Germania o Inghilterra; ma poi, quando si entra nel mondo del lavoro italiano, quello che ci viene offerto è molto spesso deprimente, sottopagato, avvilente! Io ho trascorso un periodo lavorando all’estero e poi ho scelto di tornare nella mia città per dare un’ultima chance al mio Paese: ho voluto accertarmi della situazione “reale” italiana, prima di optare per l’emigrazione. Mi sono totalmente ricreduto: tutto il settore pubblico è in mano a concorsi SEMPRE pilotati da raccomandazioni; le imprese private sopravvivono alla crisi assumendo stageur non pagati che poi verranno sostituiti con altri, bloccando ovviamente le assunzioni; l’affitto delle case è troppo alto rispetto ai bassissimi salari offerti agli under 35. I problemi sono tanti, alcuni giovani sicuramente troveranno una sistemazione accettabile, tanti altri, invece, saranno costretti ad accontentarsi di quello che trovano per evitare di emigrare. Mi chiedo, ma stringere i denti vuol dire questo? Insomma, “ essere ostinati” consiste in una rivoluzione o nella mera accettazione della triste realtà italiana?

Aforismi di Che Guevara

Che Guevara diceva: “Chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso”
Ernesto Che Guevara è morto giovane, all’età di 39 anni.

Correva l’anno 2009

Correva l’anno 2009 – Tra somme e sottrazioni di un anno andato, cose fatte e quelle ancora da farsi, un altro pezzo della mia storia è stato scritto tra gli strati della mia memoria, i miei ricordi. Un insoddisfatto è un’anima in pena che vaga verso l’infinito sperando di arrivare a quel punto finale chiamato “felicità”. In continuo cammino verso una meta che cambia man mano che ci spostiamo, aspettiamo uno scopo parzialmente indefinito, il fine supremo privo di forma. Come ricercatori d’oro noi, figli della modernità, ci incamminiamo rispettando sempre il principio di autodeterminazione, sarò ciò che vorrò, farò quello che riterrò giusto, diventerò quello che ho sempre sognato. Siamo noi al centro e i nostri desideri realizzabili e impossibili ci guidano in questa partita del “gioco del mondo”.
Anche quest’anno ho partecipato al gioco e in futuro quando rammenterò dell’anno trascorso potrò dire che è successo questo e questo, ho conosciuto nuove persone incredibili, ho visitato certi posti che non avrei mai pensato di vedere, ho vissuto in contesti e situazioni così differenti tra loro difficili da spiegare e da paragonare. Quando parlerò di tutto questo, dirò che ho vissuto un’ottima annata e correva l’anno 2009.
Buon anno.

Buon Natale 2009!

Auguri di buon Natale a tutti i miei pochi, ma fedelissimi, lettori.
Nonostante l’attentato subito dal Papa, spero che questo tremendo clima di tensione non sia entrato dentro le vostre case.
Per la cronaca: la ragazza che avrebbe attentato alla vita del Pontefice voleva semplicemente abbracciarlo, ma sbilanciatasi perchè trattenuta da una guardia lo avrebbe fatto inciampare. E’ chiaro, però, che a fatto appena accaduto, nessun giornalista prima di dare la notizia si è posto la domanda se si trattava di un incidente o di atto criminoso.
Ancora tanti auguri.
G.

I postumi di un attentato

Attentato!!
Ma quanta ipocrisia di fronte all’incidente capitato al nostro Presidente del consiglio?
E’ vero che in democrazia non è con il lancio di oggetti che si risolvono i problemi, ma non capisco perché a parte Di Pietro, che ha mantenuto un posizione coerente, tutti gli altri esponenti dell’opposizione si sono uniformati al cordoglio verso il premier. Come se oggi il conflitto politico in Italia riguardasse solo gli schieramenti di destra e sinistra pronti a unirsi in caso di “incidenti straordinari”. Nossignori, in questi ultimi mesi ho assistito – e nel mio piccolo ho anche partecipato – a una vero e proprio conflitto senza precedenti. Uno schieramento, non solo politico, che si è scagliato contro un governo indecente, monarchico e irrispettoso verso le istituzioni e la stampa. Un governo che ha fatto dell’assolutismo e del consenso popolare il proprio cavallo di battaglia per cercare di risolvere tutti i processi penali che coinvolgono il “solito” sospettato, ahimè ancora incensurato. Silvio Berlusconi è un premier che rifiuta il pluralismo e da alcuni mesi ha preso il controllo anche del telegiornale più seguito d’Italia.
Dopo aver infangato le fondamenta della nostra Costituzione, Berlusconi non ha preso alcun provvedimento economico rilevante e necessario per avversare la crisi. Molte fabbriche hanno chiuso e tante altre chiuderanno, la disoccupazione e il precariato rischiano di metterci in ginocchio e i fondi alla ricerca – unica possibilità per il futuro – sono stati per un’ennesima volta ridotti. Il disagio sociale che vivono tanti concittadini è alto: questo si percepisce moltissimo in strada, soprattutto tra i giovani. I “veri” problemi, ovviamente, non vengono raccolti dai media che hanno il compito di dare un’immagine molto più rosea della nazione, tenendo alto il consenso popolare in favore dell’esecutivo.
La persona aggredita ieri è la stessa di cui chiedevano le dimissioni un milione di italiani il 5 dicembre in Piazza S. Giovanni a Roma. Il Premier italiano ha rappresentato e rappresenta una minaccia per la democrazia e in generale per tutto lo sviluppo economico sociale e culturale del Paese.
Non è giusto che venga picchiato, le maniere forti sono inefficaci quanto ingiuste, però occorre mantenere un linea sempre molto dura, così come abbiamo sempre(?) fatto in questi ultimi mesi. Berlusconi è una persona pericolosa e tanto nociva che non credo meriti tutto quel rispetto mostrato dalla sinistra italiana, stampa inclusa.