La Posta di Serra 2 (con risposta)

Gentile Serra,

Le scrivo in merito a una questione che mi sembra davvero contraddittoria: riguarda l’accesso alla professione dei giovani aspiranti giornalisti. Ho 24 anni e premetto che il mio obiettivo primario non è quello di diventare un professionista dell’informazione anche se è una prospettiva che non intendo escludere.
Frequentando un ambiente universitario abbastanza variegato, mi capita spesso di parlare con molti giovani che studiano editoria o comunicazione, e che sperano un domani di diventare giornalisti. Questi ragazzi si mostrano, però, sempre più disillusi e consapevoli che i pochi posti di lavoro, che si liberano nelle redazioni dei giornali, sono riservati quasi sempre agli studenti delle Scuole di giornalismo. Queste costano ben 10.000 euro l’anno, e sono riservate pertanto a giovani benestanti che oltre ai soldi dei genitori ricorrono spesso anche a delle raccomandazioni per superare i test di ammissione.
Ora, a prescindere dalla preparazione che possono avere i ragazzi delle “Scuole”, ritengo che questo sistema sia molto poco meritocratico e capace di avvantaggiare prevalentemente i soliti figli di papà, che – anche se bravissimi – emergono grazie alla disponibilità di soldi e di conoscenze giuste delle proprie famiglie. Nonostante la dinamica sia tipicamente italiana, tale da non stupire più nessuno, credo che almeno il campo dell’informazione – lo stesso che racconta il dramma di noi, migliaia di giovani precari e disoccupati – debba rimanere incontaminato da queste logiche provinciali e inique. Come può un giornalista fare un’inchiesta sulle
ingiustizie sociali quando il posto che egli stesso ricopre è figlio di un imbroglio? Lo so che sto toccando un tasto molto delicato, ma vorrei sapere cosa possono pensare tutti quei bravi giornalisti che hanno fatto la gavetta partendo dal basso e che ora si trovano ad assistere (collaborare?) a questo scempio.
Cordiali saluti e tanti complimenti alla sua Rubrica che leggo tutte le settimane.
G.
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Risposta di Michele Serra

Caro G,
problema delicato, e complicato. Se può consolarti, devo dirti che “prima” era anche peggio: l’accesso ai giornali avveniva soprattutto per parentela e per raccomandazione. Certo la crisi del’editoria era molto meno aspra, i posti a disposizione e le occasioni di scrittura erano quantitativamente superiori (di molto) e così una buona parte di quelli della mia leva (quelli che oggi hanno attorno ai cinquanta) hanno potuto farsi strada da soli, anche se la gavetta era dura e i soldi, all’inizio, pochissimi. Le scuole di giornalismo sono care, ma almeno riescono a consentire ad alcuni (tra i pochi che possono pagare la retta) un accesso alla professione non regolato da altro che dal titolo di studio.
Viviamo in una società divisa in classi sociali e spesso addirittura in caste. Per farsi strada bisogna avere coraggio e pazienza: per quelli della tua età mi sembra che soprattutto la pazienza richiesta sia tantissima.
Le cose potrebbero migliorare se la società nel suo complesso facesse un salto culturale e – per esempio – aumentasse il numero dei lettori. Questo riaprirebbe il mercato e darebbe nuove prospettive di lavoro. Come vedi, è la situazione poltico-sociale nel suo complesso che dovrebbe cambiare. Nel frattempo: non mollare, la vita è piena di sorprese.
Grazie della tua lettera
Michele Serra

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